Ramanashramam

Ramana continuò a vivere a Skandashram ma andava a visitare la tomba della madre ogni giorno. Sei mesi dopo sentì l’impulso a restare lì. Verso la fine dello stesso anno, il 1922, il Maharshi scese da Skandashram e si stabilì presso la tomba della Madre. Egli lo spiegò così :«Non fu per mia volontà che mi spostai da Skandashram. Qualcosa mi condusse qui e io obbedii. Non fu una mia decisione ma la Divina Volontà».

Così nacque Ramanashramam in cui Ramana rimase fino alla sua morte. Un abitante del villaggio vicino l’ashram ebbe un sogno, in cui gli fu detto di offrire il primo vitello che sarebbe nato dalle sue vacche, al Ramanashramam. Egli, in adempimento a quanto richiestogli in sogno, portò la prima vitellina che nacque, insieme alla madre, a Ramana. L’ashramam a quel tempo era circondato da una fitta giungla e c’erano dei ghepardi che cacciavano nei dintorni. La gente dell’ashram non volendo assumersi la responsabilità della mucca e della sua vitella rifiutarono l’offerta. Il padrone delle bestie però aveva preso il suo sogno con estrema serietà e non voleva affatto riportarsi indietro le bestie che dovevano restare insieme, perché la madre doveva nutrire la vitellina fino allo svezzamento. Alla fine mucca e vitella furono affidate ad alcuni devoti che risiedevano in città. Alla vitella fu dato il nome di Lakshmi.
Lakshmi veniva all’ashram per pascolare ogni giorno e sedersi nella hall accanto a Ramana. La sera, come le altre donne facevano, ritornava in città.
Ramana aveva un grande rispetto per tutti gli animali e disse in un’occasione: «Non è vero che la nascita nello stato umano è necessariamente la più alta, e che la realizzazione possa essere raggiunta soltanto da un essere umano: anche un animale può raggiungere l’auto-realizzazione».

Una volta Lakshmi entrò nella hall mentre Ramana stava leggendo i giornali e iniziò a leccare i fogli. Ramana la guardò e gli disse «Aspetta un momento Lakshmi». Ma Lakshmi continuò a leccare i fogli. Ramana posò il giornale e mise le sue mani dietro le corna della mucca e poggiò la fronte sulla sua fronte e rimasero così, immobili. Dopo un po’ Ramana si girò verso Shantammal che assisteva sbalordito alla scena e gli disse «Sai cosa Lakshmi sta facendo? È in samadhi». La mucca rimase immobile con il respiro sospeso fino a quando Ramana gli disse «Lakshmi come ti senti adesso?» . Al che girando attorno a Ramana se ne andò. Alla fine laksmi non tornò più la sera in città e si sistemò definitivamente al Ramanashramam.
Il 17 giugno del 1948 Lakshmi si ammalò. Il mattino successivo era palese che era ormai prossima alla morte. Ramana andò da lei e la salutò chiamandola madre, prese la sua testa sulle ginocchia la guardò negli occhi e le tenne una mano sul cuore e l’altra sulla testa e rimase così finchè Lakhsmi non abbandonò il corpo. Secondo la tradizione che il corpo del jnani dovesse essere interrato, e non arso sulla pira funebre, Lakhsmi ebbe una sepoltura cerimoniale, e sulla sua tomba si pose una statua e una lapide, su cui Ramana in tamil scrisse che Lakshmi aveva conseguito la liberazione.

Il Ramana Ashramam all’inizio era solo qualche capannuccia costruita attorno al samadhi della madre, lo stabilirsi di Ramana a Pali Tirtham, sul luogo dove il corpo della Madre era stato seppellito, portò a uno sviluppo dell’insediamento.
Alla data del 1993 l’Ashramam copriva 14 acri di terreno. Il tempio a Mathrubhutheswara e la hall del samadhi erano circondate da case per gli ospiti c’erano anche due dormitori, un dispensario, una scuola vedica, una stalla, uffici, una libreria, una grande cucina e una sala da pranzo. L’ashram contava tutta una serie di altre strutture e oltre ad avere la custodia di Skandashram si era pure acquisita la proprietà della grotta di Virupaksha.

Una volta che l’ashram divenne anche un centro di interessi economici, inevitabilmente, sorsero delle liti perché qualcuno, più intraprendente degli altri, pensò bene di impossessarsene, questo successe quando ancora Ramana era vivo. Un suo vecchio devoto, Perumal Swami, avanzò la pretesa che l’ashramam fosse di sua proprietà e dichiarò di essere l’unico amministratore legale, questo a dispetto dello stesso Saggio attorno cui e per cui era sorto l’ashram. Tale questione finì in tribunale e la causa si protrasse per venti anni prima di essere risolta.

Nel 1947 la salute di Ramana iniziò a declinare. Nel febbraio del 1949 fu notato una piccola escrescenza sotto il gomito sinistro simile per colore e forma a un cece nero. All’inizio si pensò che durante la notte muovendosi al buio avesse urtato il recinto del giardino dove qualche volta, svegliandosi, di notte si recava. A un certo punto la cosa fu detta al dottor Shankar Rao, un medico in pensione che serviva come dottore dell’ashram, che insieme al dottor Srinivasa Rao, un altro devoto, esaminarono l’escrescenza. Dopo averla esaminata i due dottori decisero di asportarla. La cosa fu fatta in modo riservato, senza anestesia. Dopo un mese sembrava che la ferita fosse ben rimarginata ma un’altra escrescenza apparve nel braccio. Venne un eminente chirurgo, il dottor Raghavachari, da Madras che, in anestesia locale, la rimosse il 27 di marzo. Si scoprì che si era in presenza di un tumore chiamato sarcoma e si iniziò una radioterapia, nello stesso periodo un medico ayurvedico prescrisse delle erbe da applicare alla ferita. La salute di Ramana si deteriorò velocemente. Ramana diventava ogni giorno più debole e a volte quando si alzava dal divano le sue membra si scuotevano così violentemente che chi era in sua compagnia aveva paura che cadesse, lui cercava di minimizzare l’angoscia dei suoi devoti dicendo «Oh, oh! Guardate sto danzando». I dottori vollero prelevare un po’ di tessuto per effettuare delle analisi e nel farlo tentarono di anestetizzare Ramana ma lui, in modo fermo e deciso, non volle dicendo al dottore di asportare quel che voleva. Durante l’asportazione di parte del tessuto tumorale Ramana diede segni di sentire gran dolore, il medico che aveva protestato alla sua decisione irremovibile di non usare anestetico osservò: «Vi avevo detto che sarebbe stato estremamente penoso», «Si», replicò Bhagavan, «il corpo sperimenta sofferenza. Ma io sono il corpo?».
Ci fu una terza operazione il 7 agosto del 1949. Il tumore riapparve e venne consigliato di amputare il braccio. Ramana disse: «Non è il caso di allarmarsi. Il corpo è in sé stesso una malattia. Lasciate che abbia la sua fine naturale. Perché mutilarlo? Basterà una semplice medicazione sulla parte colpita». Si fece un’altra operazione il 19 dicembre di quell’anno, tutte queste operazioni furono fatte nel dispensario dell’Ashram.

Nel febbraio del 1950 apparve una nuova massa tumorale. Molti devoti persero la speranza che la vita di Ramana fosse risparmiata. Alcuni invece credevano che Ramana non potesse morire per questa malattia, che un saggio come Bhagavan non poteva soccombere a una comune mortale afflizione. Man mano che il suo corpo si indeboliva la sua magnifica aurea e il suo splendente sguardo che avevano sondato l’anima dei suoi devoti lasciando una impressione e un mutamento incancellabili, sembrava espandersi vieppiù. Balam Reddy, un suo devoto, durante l’ultima fase della sua malattia, vedeva una aurea luminosa in cui era immerso Bhagavan ma la imputava al suo stato d’animo e alla sua devozione. Un giorno accompagnò in visita un ministro del governatorato di Madras , all’uscita il ministro gli domandò cosa fosse quella brillanza o radianza che pervadeva la stanza del Maharshi. Il 15 marzo un team di dottori allopatici si riunirono nel dispensario dell’Ashram e si confrontarono sulle condizioni fisiche di Ramana. La conclusione fu che Ramana sarebbe vissuto al massimo un altro mese. La previsione si dimostrò corretta. I dottori in quell’occasione dissero anche che ogni restrizione alimentare fosse inutile e che avrebbe potuto mangiare o bere ciò che più gradiva. Intanto le notizie della sua imminente morte portarono uno straordinario flusso di devoti che volevano avere il darshan del saggio di Arunachala. La direzione dell’ashram emise un bollettino il 14 aprile, il giorno della morte di Ramana, in cui si diceva che il darshan del saggio era sopseso. Ramana fece ritirare il bollettino e benché il suo corpo dovesse soffrire atroci spasimi egli volle dare il suo ultimo darshan alla usuale ora dalle 5 alle 6 del pomeriggio.

«Ad ogni darshan noi scrutavamo il suo viso per scorgere i segni della sua fine. Essi vennero la sera del quattordicesimo giorni di aprile. Stava disteso come al solito ma la sua mascella rilassata cadeva lasciando la bocca aperta e i suoi occhi straordinari erano serrati. La morte era così fortemente impressa sul suo volto che centinaia di uomini e qualche donna, violando le regole dell’ashram che non voleva la loro presenza dopo il calar del sole, sedevano sotto il porticato o si stringevano alla sua ringhiera aspettando nervosamente qualche novità. Un gruppo di preti brahamani del vecchio tempio si disposero a cerchio intorno a un’incensiere e iniziarono a cantare un inno alla sacra montagna. Era una canzone scritta dallo stesso Bhagavan anni prima. Dei poliziotti vennero dalla città e presero posizione. Tutti avevano gli occhi fissati su una piccola finestra tramite cui si potevamo vedere le teste degli attendenti attorno al letto di Bhagavan e il ventaglio che uno di loro muoveva indietro e avanti sopra il sant’uomo. Guardavamo il ventaglio, il solo segno che Bhagavan fosse vivo. I preti cantarono verso dopo verso l’inno alla montagna sacra, la cui facciata meridionale saliva nel cielo blu scuro punteggiato di stelle sopra l’ashram: “Arunachala Shiva! Arunachala Shiva! Arunachala Shiva! Arunachala”. I devoti si muovevano inquieti sotto la sferza delle voci. Pochi stavano pressati contro la ringhiera sotto la piccola finestra. Giunse il sarvadhikari e sua sorella, attraversarono la folla e entrarono nella camera dell’ammalato. La polizia spinse la gente avanti e ordinò di indietreggiare. La folla attendeva nervosamente.

All’improvviso qualcuno urlò “il ventaglio si è fermato”! La folla gemette e spinse avanti. “Mio Dio!”, disse qualcuno. Il ventaglio si mosse ancora. La voce della folla crebbe , seguendo il comando dei preti che cantavano. Il fratello riapparve sul porticato e stette sopra i devoti, alto, sdegnoso, ruminando betel. “Nessuna folla qui” raucamente strillò, agitando la mano flaccida a un gruppo che stava sotto la veranda. “Indietro”. Un assistente camminando rapidamente lo oltrepassò e sparì nella folla. Si sparse la voce che i più stretti discepoli di Bhagavan erano stati chiamati per l’ultimo darshan. Un giovane indiano si precipitò da Chadwick. “Puoi vederlo adesso!”, strillò emozionato. “Io non voglio vedere” Chadwick irritato sbottò lasciando cadere la testa fra le mani. La concitazione della folla che mulinava nei pressi della porta si ingigantì. Preghiere e grida e concitate domande ribollivano in una isterica baraonda. I devoti combatterono per attraversare la folla e arrivare alla piccola stanza. Il canto dei preti si sovrapponeva alla confusione: “Arunachala Shiva! Arunachala Shiva! Arunachala Shiva! Arunachala!”. E giusto quando la follia raggiunse il suo apice il ventaglio arrestò il suo movimento nella piccola stanza e una meteora tagliò un sentiero d’oro nel cielo e sparì sopra Sri Arunachala nel momento in cui Sri ramana Maharshi diede il suo ultimo respiro. Mentre combattevo per farmi strada verso la piccola stanza udii Chadwick lamentarsi “se ne è andato”. Una donna americana svenne e fu portata via. Un gruppo di donne indiane uscì dalla stanza barcollando e stringendosi le une alle altre con le facce segnate dall’angoscia. Dietro di loro uscirono gli assistenti portando il corpo sul suo divano, spingendosi attraverso la folla isterica dentro la hall del tempio. Qui tenuto su da cuscini e sommerso da ghirlande di gelsomino, il corpo che una volta ospitava un dio sedette tutta la notte, dando un finto darshan ai devoti che sedevano attorno a lui cantando inni».

Il 14 aprile del 1950, alle ore 8 e 47, con gli occhi sempre fissi sul sacro Monte, il respirò di Ramana lasciò la sua abitazione di carne.

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