Virupaksha

Ramana nel 1900 si trasferì sui pendii di Arunachala. Per la maggior parte del tempo risiedeva nella grotta di Virupaksha, così chiamata perchè ospita la tomba del santo Virupaksha Deva vissuto nel tredicesimo secolo. La grotta di Virupaksha non è adatta a viverci d’estate a causa del gran caldo, così Ramana vi soggiornava per otto mesi e durante i mesi più caldi si trasferiva in grotte come la Satguru Svami, in santuari come Guru Namashivaya e soprattutto in un posto chiamato la Grotta dell’albero di mango. Soggiornò anche a Pachaiamman Koil per sei mesi nel 1905 quando la peste imperversò nella regione, rendendo Tiruvvanamalai deserta al punto che le bestie feroci, tigri e leopardi, ricomparvero nei luoghi un tempo affollati di gente. Il fedele Palaniswami lo seguì e continuò a prendersi cura di lui. Lasciò definitivamente Virupaksha nel 1916.

Poco dopo fra il 1901 e il 1902 un altro devoto Sivaprakasam Pillai pose altre domande incentrate sulla realizzazione della propria natura essenziale: “Chi sono Io?”, “come posso realizzare chi in realtà sono?”. Ramana era ancora nella fase in cui parlava con estrema parsimonia, al punto che i discepoli pensavano che avesse fatto voto di silenzio. Ramana raccontò anni dopo che il suo silenzio non era una scelta volontaria ma una sua interiore vocazione, non parlava perché non sentiva la necessità di farlo. Ramana rispondeva al solito con il mezzo che lui riteneva più diretto; il silenzio. Il Silenzio vien detto sul piano del manifesto, è il simbolo più alto del Sé, quando ciò non bastava rispondeva a Sivaprakasam Pillai scrivendo con il dito sul terreno. A un’altra domanda se c’era bisogno cancellava quanto aveva scritto con il palmo della mano e scriveva la risposta. Pillai tornato a casa prese l’abitudine di segnare quello che si ricordava delle domande e delle risposte. Venti anni dopo pubblicò una piccola biografia di Ramana e pose come appendice le domande e le risposte. I devoti di Ramana apprezzarono moltissimo questa piccola appendice. L’appendice venne poi pubblicata dal Ramanashramam e via via con le successive edizioni si arrivò a una trentina di domande e risposte. Nel 1920 Lo stesso Bhagavan Ramana riscrisse il tutto in forma di piccolo trattato elaborando alcune risposte ed eliminandone altre. Il risultato finale di questo singolare dialogo realizzativo che si svolse venti anni prima, nei pressi della grotta di Virupaksha, scrivendo con il dito sul suolo del sacro Monte di Aruna, è: “chi sono Io?”.

Nel 1908 Ramana, da gennaio a marzo, insieme a Ganapati Muni si sposta a Pachaiamman Koli. Nei pressi del tempio c’erano molti alberi di tamarindo di proprietà del municipio. Ogni anno gli alberi venivano affittati a un privato che si curava della raccolta. Quell’anno i tamarindi furono affittati a un contrattista mussulmano. Per proteggere i frutti dei tamarindi dalle scimmie il contrattista usava scacciarle tirandogli pietre con una catapulta, facendo però attenzione a che le scimmie non venissero ferite. Caso volle che una pietra colpì una delle scimmie sul capo in modo così violento che essa morì. Moltissime scimmie circondarono il corpo della morta e iniziarono a guaire e a lamentarsi per la sua morte. A un certo punto presero il corpo della loro compagna e lo portarono a Ramana dentro il tempio di Pachaiamman.
Ramana aveva un ottimo rapporto di amicizia con le scimmie che lo consideravano oltre che amico un arbitro per risolvere le loro controversie. Riusciva a comunicare con estrema facilità con loro e frequentemente egli sedava le loro dispute e veniva richiesto come mediatore per risolvere i problemi di territorialità fra le diverse tribù in guerra e i loro membri litigiosi. In quel momento di collera e dolore per loro fu naturale andare da Ramana.
Le scimmie appena gli furono vicine scoppiarono in grida di dolore e piansero. Ramana pianse insieme a loro e dopo un po’ le scimmie si calmarono. Allora Ramana disse ai parenti della scimmia uccisa «La morte è inevitabile per chi è nato. Colui per le cui mani questa scimmia è morta anche incontrerà la morte un giorno. Non c’è bisogno di addolorarsi». Le scimmie pacificate da Ramana se ne andarono portandosi dietro il corpo della morta. Due o tre giorni dopo il contrattista mussulmano fu costretto a letto da una malattia molto grave. La storia dell’insegnamento sulla morte che Ramana aveva impartito alle scimmie, addolorate per la morte della loro compagna, era intanto passata di bocca in bocca fino all’orecchio del contrattista che la aveva inavvertitamente uccisa. I membri della famiglia si convinsero che l’improvvisa malattia del loro familiare fosse dovuta a una maledizione del santo a cui le scimmie si erano rivolte per avere cordoglio. Si recarono da Ramana per implorare il suo perdono e affinché levasse la maledizione. Gli dissero «È cosa certa che lo ha colpito una vostra maledizione, per pietà salvalo dalla morte. Dateci della vibhuti (cenere sacra). Se cospargiamo il suo corpo con essa egli certamente guarirà». Ramana rispose « Vi sbagliate. Mai maledico o benedico qualcuno. Ho mandato via le scimmie che erano venute qui parlando loro semplicemente della verità che inevitabilmente chi nasce dovrà morire. Inoltre non do mai a nessuno della vibhuti. Per piacere andate a casa e accudite il paziente che avete lasciato solo». I mussulmani non si lasciarono convincere così facilmente e dissero che non se ne sarebbero andati se non avessero ricevuto la vibhuti, così Ramana, per levarseli di torno, alla fine gli diede della cenere di legna prendendola dal fuoco con cui fuori dal tempio, a volte, preparava qualche cibo. I familiari la presero ringraziandolo di cuore e tornati a casa la usarono per curare il contrattista che guarì dalla sua grave malattia in pochi giorni.

Verso il 1912 Ramana ebbe una nuova esperienza della morte e della persistenza del Sé. Insieme a alcuni suoi devoti fra cui Vasudeva Shastri si era recato a Pachaiyamman Koil. Al ritorno passando accanto a quella che veniva chiamata la roccia della tartaruga lo colse una improvvisa debolezza e una cortina bianca gli offuscò la vista. Sedette per terra e, fra la disperazione e le grida dei suoi compagni, il suo respiro si arrestò e il corpo cambiò di colore.
«La mia consueta corrente della coscienza continuò anche in quello stato. Non avevo affatto paura, e non soffrivo per le condizioni del corpo. M’ero seduto accanto alla roccia nella solita posizione, avevo chiuso gli occhi e non stavo appoggiato alla pietra. Il corpo rimasto senza circolazione e respiro, manteneva ancora quella posizione. Tale stato continuò per dieci o quindici minuti. Poi una scossa passò all’improvviso in tutto il corpo e la circolazione e il respiro ripresero con enorme forza, mentre il sudore sgorgava da ogni poro. Il colore della vita riapparve sulla pelle. Allora riaprii gli occhi e dissi “andiamo”. Raggiungemmo la grotta di Virupaksha senza altri incidenti. Fu l’unica crisi in cui si arrestarono tanto la circolazione quanto il respiro ».
La madre di Ramana dopo averlo ritrovato ogni tanto andava a visitarlo. Durante una di queste visite, nel 1914, si ammalò. Ramana non solo si prese cura di essa con estrema sollecitudine ma addirittura compose un inno ad Arunachala invocandone la guarigione.
«O Signore, Montagna del mio rifugio, che guarisci i mali delle nascite ricorrenti! È in tuo potere guarire la febbre di mia madre. O Dio che uccidi la morte! Mostra i Tuoi piedi nel Loto del Cuore di colei che mi diede la luce perché trovassi il mio rifugio ai Tuoi Piedi di Loto, e proteggila dalla morte. Che cosa è la morte se la scruti in faccia? Arunachala fuoco ardente della Conoscenza! Circonfondi mia madre della tua luce e falla una cosa sola con te. Che bisogno c’è della cremazione? Arunachala che scacci l’illusione! Perché indugi a scacciare il delirio di mia madre? C’è forse qualcuno all’infuori di te che possa vegliare come una madre su chi ha cercato rifugio in te e liberare dalla tirannia del karma?»

Morto lo zio presso cui la madre di Ramana viveva questa si trasferì a Tiruvannamalai. Al principio insieme a un’altra devota, Echammal si recava la mattina a Virupaksha e la sera ritornava in città. Nel 1916 la madre di Ramana si insediò a Virupaksha. La cosa al principio non fu gradita dagli altri membri della piccola comunità che lì viveva. Virupaksha era un cenobio di asceti maschi che vivevano nel celibato e non volevano la presenza di una donna che vivesse in mezzo a loro. Ramana alle loro rimostranze disse con semplicità: «Se voi volete che essa se ne vada io me ne andrò con lei», al che ogni voce contraria cessò . La madre portò anche un’altra novità nella vita di quegli asceti, insistette affinché si creasse una cucina.

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