Osho: L’illuminazione #4

Per sette giorni vissi in una condizione assolutamente senza speranza e senza possibilità di essere aiutato, ma in me stava nascendo qualcosa di nuovo. Quando parlo di “una condizione assolutamente senza speranza” non intendo ciò che voi intendete, usando questa parola. Voglio semplicemente dire che in me non vi era alcuna speranza: la speranza in quanto tale era assente. Non voglio dire che ero disperato e triste. Di fatto ero felice: ero assolutamente tranquillo, quieto, raccolto e centrato. Senza speranza, ma in modo assolutamente nuovo. Non c’era speranza, come potevo dunque essere disperato? Entrambe le dimensioni erano scomparse.
L’assenza di speranza era assoluta e totale. Era scomparsa la speranza, e con essa anche il suo opposto, la disperazione. Era un’esperienza totalmente nuova: essere senza speranza. Non era uno stato negativo: sono costretto a usare le parole, ma non era una condizione negativa, era assolutamente positiva. Non era solo un’assenza, sentivo una presenza. Qualcosa straripava in me e mi travolgeva.
E quando dico che ero impotente, non uso questa parola con il significato dato dal vocabolario. Voglio dire semplicemente che ero senza alcun sé: questo è il mio significato. Avevo riconosciuto il fatto che io non sono; per cui non posso dipendere da me, non posso stare in piedi su un mio terreno. Non avevo più alcun terreno sotto i piedi: precipitavo in un abisso… un abisso senza fine, ma non avevo paura, perché non avevo nulla da proteggere. Non sentivo paura, perché non esisteva qualcuno che potesse aver paura. Quei sette giorni mi trasformarono totalmente.
E l’ultimo giorno la presenza di un’energia nuovissima, una luce e una delizia diverse, divenne così intensa, che era a stento sopportabile. Era come se stessi per esplodere, come se impazzissi per l’estasi. Era impossibile spiegare, capire che cosa stava accadendo. Era un mondo senza senso, difficile da immaginare, difficile da ridurre a categorie di pensiero, difficile da descrivere con parole, linguaggio, spiegazioni, razionalizzazioni. Le descrizioni contenute nei testi sacri impallidivano, tutte le parole che sono state usate per descrivere questo stato erano anemiche, se confrontate con l’evento reale: l’esperienza diretta aveva tutt’altra intensità, era simile a un’ondata di estasi. L’intera giornata fu strana, magnifica e sconvolgente; in poche ore la mia personalità venne totalmente distrutta. Il passato stava scomparendo, come se non mi appartenesse più, come se lo avessi letto in un libro, ne avessi sognato l’accadere, come fosse la storia di qualcun altro. Il passato mi sfuggiva di mano, venivo sradicato dalla mia storia… perdevo la mia autobiografia. Stavo diventando un non essere: ciò che il Buddha chiama anatta. Non esisteva una linea di demarcazione tra me e il mondo, ogni differenza scompariva: la mente scompariva, era milioni di miglia lontana. Non era facile trattenerla. Fuggiva sempre più in lontananza, e non sentivo il bisogno di fermarla. Ero semplicemente indifferente a tutto ciò: andava bene così. Non avevo alcun bisogno di conservare alcuna continuità con il passato. La sera divenne ancor più difficile controllare ciò che mi accadeva. Era doloroso, mi feriva a morte. Ero simile a una partoriente: la donna entra in uno stato di pena terribile. Ogni nascita fa soffrire. All’epoca avevo l’abitudine di andare a dormire verso mezzanotte o l’una, ma quel giorno mi fu impossibile restare sveglio. I miei occhi si chiudevano, mi era impossibile tenerli aperti. Sentivo che da un minuto all’altro doveva accadere qualcosa, ma era difficile fare previsioni: «Forse sarà la mia morte?»… ma non avevo paura, ero pronto. Quei sette giorni erano stati talmente meravigliosi, che ero pronto a morire: nulla mi era più necessario. Avevo vissuto momenti così estatici, ero così appagato che se fosse giunta la morte, le avrei dato il benvenuto. Di certo qualcosa stava per accadere: qualcosa di simile alla morte, qualcosa di drastico: o una morte o una nuova nascita, una crocifissione o una resurrezione; qualcosa di estrema importanza era dietro l’angolo, ed era impossibile tenere gli occhi aperti. Ero in uno stato catatonico: verso le otto andai a dormire. Non era esattamente sonno. Ora posso capire che cosa intende Patanjali, quando afferma che il sonno e il samadhi sono simili. Esiste solo una differenza: nel samadhi sei pienamente sveglio e al tempo stesso sei addormentato. Tutto il corpo è rilassato, ogni cellula del corpo è totalmente rilassata, ogni parte dell’organismo è rilassata, eppure una luce di consapevolezza arde dentro di te… limpida e cristallina. Resti all’erta eppure sei rilassato, quieto e al tempo stesso pienamente consapevole. Il corpo si trova nel sonno più profondo possibile e la tua consapevolezza è al suo culmine.
La vetta della consapevolezza e la valle del corpo si incontrano. Andai a dormire. Fu un sonno stranissimo: il corpo era addormentato, io ero sveglio. Era così strano, come dividersi in due direzioni, in due dimensioni, come se le polarità fossero state messe completamente a fuoco: come se io fossi entrambi i poli. Il positivo e il negativo si stavano incontrando, il sonno e la consapevolezza si stavano incontrando, la morte e la vita si incontravano. Quello è il momento in cui puoi dire che il creatore e la creazione si incontrano.
Era un mistero. La prima volta ti scuote nel profondo di te stesso, scardina le tue fondamenta, le radici. Dopo questa esperienza non puoi più essere lo stesso: ti porta una nuova visione della vita, una qualità diversa… Verso mezzanotte gli occhi si aprirono all’improvviso. Io non li aprii, il sonno fu rotto da qualcos’altro. Intorno a me, nella stanza, sentii una presenza imponente. La stanza era piccolissima. Sentii tutt’intorno a me una pulsazione di vita, una vibrazione assordante, simile a un uragano: una tempesta incredibile di luce, gioia ed estasi. Ero sommerso: era tanto reale che ogni altra cosa divenne irreale. I muri della stanza divennero irreali, la casa divenne irreale, il mio stesso corpo divenne irreale. Ogni cosa era irreale perché ora, per la prima volta, la realtà era presente.
Ecco perché, quando il Buddha e Shankara affermano che il mondo è maya, un miraggio, per noi è difficile comprenderli: noi conosciamo solo questo mondo, non abbiamo alcun metro di paragone. Questa per noi è l’unica realtà: di che cosa parlano quelle persone? Se non giungi a conoscere la realtà reale, le loro parole non possono essere comprese: restano teoria, sembrano ipotesi; forse si tratta di una filosofia! Quando in Occidente Berkeley affermò che il mondo è irreale, stava camminando con un amico, un uomo ferrato nella logica, uno scettico nato. Subito prese una pietra e la lasciò cadere sul piede di Berkeley che urlò. Dalla ferita uscì del sangue, e lo scettico disse: «Ebbene, il mondo è irreale? Tu affermi che il mondo è irreale, allora perché hai urlato? Questa pietra è irreale, allora perché hai urlato? Perché ti massaggi il piede e il tuo volto manifesta tanto dolore? È tutto irreale!».
Ebbene, un uomo simile non può capire il Buddha, allorché afferma che il mondo è un miraggio: non vuol dire che puoi attraversare un muro, né che puoi mangiare dei sassi. Non dice questo. Vuole dire che esiste una realtà: allorché giungi a conoscerla, questa cosiddetta realtà semplicemente impallidisce, diventa semplicemente irreale. Allorché la tua visione si schiude su una realtà superiore, sorge il confronto; altrimenti non è possibile. Nel sogno, il sogno è reale. Ogni notte sogni, e ogni mattina dici che era irreale; poi, di nuovo, la notte successiva, torni a sognare, e il sogno diventa reale. Nel sogno è difficilissimo ricordarsi che si tratta di un sogno, al
mattino è facilissimo. Che cosa succede? Tu sei la stessa persona, ma nel sogno esiste solo una realtà; come puoi fare confronti? Come puoi affermare che è irreale? Nel sogno ogni cosa è irreale, per cui non esiste alcun elemento di paragone. Al mattino, quando apri gli occhi, la realtà è presente: adesso puoi dire che tutto nel sogno era irreale, paragonato a questa realtà, era totalmente irreale.
Esiste un risveglio, paragonato al quale tutta questa realtà diventa irreale. Quella notte, per la prima volta, compresi il senso della parola maya. Non che non l’avessi conosciuta in precedenza, non che non ne conoscessi il significato: come voi ne siete consapevoli, anch’io lo ero; ma in precedenza non ne avevo mai compreso il significato. Com’è possibile comprendere, senza sperimentare? Quella notte un’altra realtà aprì la sua porta, un’altra dimensione divenne disponibile. All’improvviso era presente, quella realtà “altra”, una realtà separata: la realtà vera, o in qualsiasi modo tu voglia chiamarla. Chiamala Dio, verità, dhamma, Tao, o come meglio preferisci. Era senza nome. Ma era presente, così opaca, così trasparente, e tuttavia tanto evidente che chiunque avrebbe potuto toccarla. Nella stanza mi stava soffocando: era troppo intensa e io ero incapace di assorbirla.
Sorse in me il bisogno spasmodico di precipitarmi fuori da quella stanza, uscire sotto il cielo. Se fossi rimasto pochi minuti ancora, sarei soffocato. Così mi sembrava. Corsi fuori, uscii all’aperto. Sentivo la necessità di essere semplicemente sotto il cielo, con le stelle, con gli alberi, con la terra, essere con la natura. E subito dopo essere uscito, il senso di soffocamento scomparve: il luogo era troppo piccolo per contenere un fenomeno simile. È più grande del cielo! Il cielo stesso non lo delimita: ma così mi sentivo più a mio agio. Mi incamminai verso il giardino più vicino. Era una camminata totalmente diversa, come se la forza di gravità fosse scomparsa.
Camminavo, o correvo, o semplicemente volavo; era difficile da decidere. La gravità era assente. Mi sentivo senza peso, come se una forza mi trasportasse: ero nelle mani di un’altra energia. Per la prima volta non ero solo, per la prima volta non ero più un individuo, per la prima volta la goccia era caduta nell’oceano; ora l’intero oceano era mio, io ero l’oceano. Non c’erano più limiti. Un potere tremendo sorse dentro di me, come se io avessi potuto fare qualsiasi cosa, in qualunque situazione… io non ero presente, esisteva solo quel potere. Raggiunsi il parco dove andavo ogni giorno. Era chiuso: era troppo tardi, era all’incirca l’una di notte. I giardinieri erano profondamente addormentati: dovetti entrare come un ladro, scalando il cancello. Ma qualcosa mi spingeva verso il parco. Non era in mio potere frenare me stesso. Semplicemente fluivo. Ecco il significato del mio ripetere continuamente: «Fluite con il fiume, non spingetelo!». Ero rilassato, mi lasciavo andare. Non ero presente. Lui era lì – chiamatelo Dio – Dio era presente. Preferirei chiamarlo Lui, perché Dio è solo una parola troppo umana, ed è stata logorata dall’abuso, troppe persone l’hanno inquinata: cristiani, hindu, musulmani, preti e politici, tutti hanno fatto di tutto per corrompere la bellezza di questa parola, perciò lasciate che lo chiami Lui.
Lui era presente, e io ero semplicemente trasportato… trasportato da un’onda. Quando entrai nel parco, ogni cosa divenne luminosa. Ovunque era benedizione, beatitudine. Per la prima volta potei vedere gli alberi… il loro verde, la loro vita, la loro linfa scorrere. L’intero giardino era addormentato, gli alberi erano addormentati, ma io potevo vedere il giardino vivo. Perfino le piccole foglie d’erba splendevano di luce. Mi guardai intorno: un albero era terribilmente luminoso, il Maulshri. Mi attirò, mi trascinò verso di lui. Io non l’avevo scelto. Dio stesso lo aveva scelto. Andai verso l’albero; mi ci sedetti sotto: come mi sedetti là, tutte le cose iniziarono a sedersi con me, l’intero universo divenne una benedizione. È difficile dire per quanto tempo rimasi in quello stato. Quando tornai a casa, erano le quattro del mattino, per cui, secondo l’orologio, ero rimasto là perlomeno tre ore: ma fu un’infinità. Non aveva nulla a che vedere con l’orologio, era senza tempo. Quelle tre ore divennero un’eternità, senza fine.
Non c’era tempo, non esisteva lo scorrere del tempo. Era la realtà vergine, incorrotta, intatta, incommensurabile. E quel giorno è successo qualcosa, che è continuato, non come ripetizione, ma come corrente sotterranea, come una cosa permanente. In ogni momento, continua ad accadere di nuovo: ogni momento avviene il miracolo.

Osho {Una Vertigine Chiamata Vita}

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