Osho: L’illuminazione #1

“Fortunato l’uomo che ha trovato un Maestro”

 

Quando entri per la prima volta nel mondo della nonmente, assomiglia alla follia, la buia notte dell’anima, la folle notte dell’anima. Tutte le religioni hanno visto questa realtà; perciò tutte insistono nel dire di trovare un Maestro, prima di accedere al mondo della nonmente: egli ti aiuterà, ti sosterrà. Andrai a pezzi, ma lui sarà lì a incoraggiarti, a darti speranza. Interpreterà ciò che ti succede.
Questo è il significato di un Maestro: interpretare ciò che non può essere interpretato, indicare ciò che non può essere detto, mostrare l’inesprimibile. Egli sarà presente ed escogiterà metodi ed espedienti per farti continuare sulla via; altrimenti potresti darti alla fuga.
E ricorda, non esiste via di fuga. Se ti fai prendere dal desiderio di scappare, andrai semplicemente fuori di testa. I sufi chiamano persone simili masta; in India sono noti come i folli paramahansa. Non puoi tornare indietro perché non c’è più niente, e non puoi andare avanti perché è tutto buio. Sei bloccato. Ecco perché il Buddha dice: «Fortunato l’uomo che ha trovato un Maestro».
Io stesso stavo lavorando senza un Maestro. Ho cercato, e non sono riuscito a trovarne. Non è che non abbia cercato; ho cercato tantissimo, ma non ne ho trovato nessuno. È rarissimo trovare un Maestro, un essere che sia diventato un non essere, una presenza che sia praticamente un’assenza, un uomo che sia solo una soglia sul divino, una porta aperta che non ti ostacoli e attraverso la quale puoi passare; è estremamente difficile. I sikh chiamano il loro tempio il gurudwara, la porta del Maestro. Questo è esattamente il Maestro: la porta. Gesù ripete in continuazione: «Io sono la soglia, io sono la via, io sono la verità. Seguimi, attraversami. E, se non mi attraversi, non riuscirai a raggiungermi».
Certo, a volte accade che una persona debba lavorare senza un Maestro. Se non è disponibile, bisogna lavorare senza di lui, ma in quel caso il viaggio diventa molto rischioso. Per un anno fui in uno stato tale che era impossibile sapere che cosa mi stesse succedendo. Per un anno, senza interruzioni, fu difficile persino tenermi in vita. Il semplice mantenermi vivo era una cosa difficile, perché tutti i desideri erano scomparsi. I giorni passavano e io non avvertivo fame, né sete. Dovevo obbligarmi a mangiare e a bere. Il corpo era così inesistente che dovevo farmi del male per sentire di essere ancora in esso; dovevo battere la testa contro il muro per sentire se c’era ancora o no. Solo quando si feriva, ero parzialmente nel corpo.
Tutte le mattine e tutte le sere correvo per dieci, quindici chilometri. La gente pensava che fossi matto. Perché correvo tanto? Trenta chilometri al giorno! Lo facevo solo per sentire il mio corpo e non perdere contatto con me stesso, per avvertire che ancora esistevo. Aspettavo semplicemente che i miei occhi si sintonizzassero con la nuova dimensione che stava accadendo. E dovevo restare sulle mie: non parlavo con nessuno, perché tutto era diventato talmente inconsistente, per cui anche formulare una frase era difficile. A metà frase mi dimenticavo che cosa stavo dicendo; a metà strada, mi dimenticavo dove stavo andando, a quel punto dovevo tornare indietro. Se leggevo un libro, ne leggevo cinquanta pagine e improvvisamente mi chiedevo: «Che cosa sto leggendo? Non ricordo nulla». Il mio stato era simile a questo…
La porta dello studio psichiatrico si spalancò e un uomo entrò di corsa. «Dottore!» urlò. «Mi deve aiutare, sto perdendo la testa. Non riesco a ricordare nulla, né che cosa è successo un anno fa, né che cosa è successo ieri. Di certo sto per impazzire!» «Hmm…», rifletté l’analista. «Quando è diventato consapevole per la prima volta di questo problema?». L’uomo sembrò sorpreso: «Quale problema?».
Questa era la mia situazione! Anche finire una frase era difficile. Dovevo tenermi chiuso nella mia stanza. Mi costrinsi a non parlare, a non dire nulla, perché parlare voleva dire ammettere di essere matto. La cosa andò avanti per un anno. Mi sdraiavo sul pavimento a guardare il soffitto, contando da uno a cento e da cento a uno. Il semplice essere ancora in grado di contare era qualcosa; me ne scordavo in continuazione. Mi ci volle un anno per riacquistare un centro, per avere una prospettiva. Accadde. Fu un miracolo, ma fu difficile. Non c’era nessuno a sostenermi, a dire dove stavo andando e che cosa stava succedendo. In realtà, tutti erano contro quella situazione: gli insegnanti, gli amici, coloro che mi auguravano ogni bene. Tutti erano contrari a quello stato di cose, ma non potevano fare niente: potevano solo biasimarmi, chiedere che cosa stessi facendo. Non stavo facendo nulla! A quel punto era al di là di me: semplicemente accadeva. Avevo fatto qualcosa: senza saperlo, avevo bussato alla porta e adesso si era aperta. Avevo meditato per molti anni, seduto in silenzio senza fare niente: a poco a poco avevo cominciato a entrare in quello spazio dove tu sei, senza fare nulla: una pura presenza, un osservatore. Non sei neppure un osservatore, perché non stai osservando: sei solo una presenza. Le parole non sono adeguate, perché qualsiasi parola venga usata sembra indicare qualcosa che si fa.
No, io non stavo facendo nulla. Ero semplicemente sdraiato, seduto, oppure camminavo, ma in profondità non c’era qualcuno che agiva. Avevo perso tutte le ambizioni; non c’era alcun desiderio di essere qualcuno, nessun desiderio di arrivare da qualche parte. Ero semplicemente scaraventato in me stesso. Era un vuoto, e il vuoto fa impazzire. Ma il vuoto è l’unica soglia su Dio. Ciò vuol dire che solo chi è pronto a impazzire, può realizzarsi, gli altri no.

Tratto dal libro: Una vertigine chiamata vita   

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